Libri, tragedia, catarsi e scuola di Costanza. Biblioterapia educativa e umanistica.

I libri sono opere d’arte. Lo ripeto sempre, continuamente. Sono atti creativi, depositi di memoria sentimentale, trame d’esistenza, segni delle nostre radici. Al loro interno, il corpo e la mente del lettore si muovono entro le sottigliezze della vita, tra schemi che si ripetono e si infrangono, antichi modi di credere, emozioni umbratili, sentimenti pieni dell’amore che stupisce e meraviglia, nel potere pieno dei pensieri.

L’introspezione, con il libro come medium, ci permette di sperimentare una conoscenza che trasforma e amplia l’area dei significati. La letteratura può ridare serenità, aprire varchi nel cuore, guarire l’infelicità, far sorridere, scatenare la paura, riflettere sui paesaggi dell’anima. Ispira profonde riflessioni sul mondo che l’autore ha creato e su di sé. Pagina dopo pagina, il lettore si fa artista, poiché tramite la parola letta esercita un potere trasformativo sul significato del testo e della propria esistenza.

Finestre aperte su costanti flussi di immagini condivise, i libri sono prati di parole a cui tendiamo l’orecchio per sperimentare una contemplazione silenziosa, meditativa e intima. Suscitano visioni, narrano e fanno rinascere miti, possiedono il dono inestimabile di essere chiavi che dischiudono, per dirlo con le bellissime parole di Noel Cobb, i templi dionisiaci dell’immaginazione.

Negli articoli precedenti vi ho proposto la storia della nascita e dell’evoluzione di questa disciplina nell’ambito della salute mentale.

Ma vi è anche una biblioterapia educativa e umanistica stimolante e ricca di straordinarie possibilità pertinente a molti percorsi formativi. E’ fondamentale che i confini tra le modalità di intervento delle professioni a cui compete lo studio e la cura della mente sofferente e l’attività dei professionisti che la utilizzano rivolgendosi alla parte sana degli individui siano precisi e non diano adito ad equivoci. La biblioterapia dello sviluppo si esprime nell’ambito creativo della persona sana che va alla ricerca delle cose che esprimono la qualità buona della vita, esplora se stessa cercando di fare chiaro su quello che avviene e condivide riflessioni esteticamente percepite e apprezzate senza mai suscitare dolore e pericoli emotivi.

E ora passo a rivelarvi che cosa sia l’attimo catartico, come abbia in sé potenzialità terapeutiche e in quale relazione stia con i libri come strumenti di cura e benessere.

Chiarire il concetto di biblioterapia come strumento di crescita e cura non è semplice. Bisogna parlare di piacere estetico, di visione, di imitazione e identificazione, di catarsi. Argomenti molto avvincenti, da cui trovo assai piacevole farmi trasportare. Vi invito, allora, a fare questo percorso di lettura, cogliendo connessioni e legami profondi anche tra temi che appaiono strani e misteriosi.

La catarsi, come un filo d’argento cuce insieme la biblioterapia, la tragedia e Dioniso, il dio dell’estasi e dell’eterno processo dinamico, colui che abolisce l’ordine e i limiti dell’io. Dioniso è la divinità sotto il cui patronato è stata posta la forma letteraria della tragedia che individua nella catarsi un alto momento di purificazione. Un momento terapeutico.

La catarsi è un concetto che ha influenzato con molta forza i dibattiti sulla tragedia a partire dall’epoca rinascimentale e fa riferimento ad un passato arcaico molto intenso, legato alla sfera misterica e sapienziale.

Abbandoniamoci fiduciosi alla curiosità e scendiamo coraggiosamente negli abissi dello spazio tempo: attraverseremo strade che favoriscono lo stare bene e l’espansione della nostra personalità.

Sulla prima via troviamo alcune indicazioni sulla rappresentazione della tragedia. Questa era un evento di straordinaria rilevanza religiosa e politica nelle poleis greche e aveva luogo nell’ambito delle feste in onore di Dioniso, signore di tutto ciò che partecipa a zōé, la vita sperimentata senza una fine, il tempo dell’anima in rapporto reciproco con bíos, la vita mortale. Fondamento irrazionale del mondo, signore della sacra follia, Dioniso è il dio del divino straniamento, dello stravolgimento e dell’ispirazione, della forza che plasma e trasforma l’anima. E’ dio dei campi, dei fiori e degli alberi che producono frutti.

Probabilmente vi sembrerà difficile da credere, ma si tratta di caratteristiche e peculiarità che competono anche alla lettura. Il lettore, immerso nelle pagine di un libro, si isola in una sorta di luogo ai margini. Qui gioca con eventi e forme, catturato in un universo inedito, in contatto con parti di sé che chiedono di essere riconosciute ed esplorate. E, in un momento magico, la narrazione ispira, si fa poiesi, principio di creazione di nuove forme mentali ed emotive che plasmano pensieri e trasformano sentimenti. L’ispirazione diventa espressione di idee originali che si agitano, spumeggiano come il mosto nei tini, nella mente del lettore. I pensieri e le emozioni vengono trasformati.

Non per niente Dioniso è il dio del vino e della Natura che ciclicamente nel corso delle stagioni attraverso il flusso costante di vita, morte, vita, trasforma ogni cosa. Dioniso, scriveva W. F. Otto citando Omero, è il dio dell’estasi, della ferocia e della più radiosa liberazione. E’ il dio dell’ebbrezza e della follia. Follia non come definizione medico patologica, ma come condizione in cui le forze vitali dell’uomo sono intensificate al massimo grado. La percezione del dionisiaco accade nell’attimo in cui si frantumano le rigide, ostili e inflessibili delimitazioni stabilite fra gli uomini e inizia a fluire il piacere che ci fa sentire la vita intensa e gioiosa, il libero sentire dell’essere intensificato e vivificato. Ed è qualcosa che avviene similmente nel processo di lettura!

Si è molto discusso quale fosse il legame profondo tra il dio e la tragedia, tuttavia gli studiosi non sono mai giunti ad una spiegazione definitiva. L’ipotesi che appare più fondata conduce il rapporto tra Dioniso e la tragedia ai canti o ai rituali eseguiti in suo onore. Ad Atene le feste più antiche erano le Dionisiache Rurali. Nella maggior parte delle città greche, ogni due anni si festeggiava la Trieteris. La più importante delle feste dionisiache, era celebrata dalle donne che, ispirate dal dio, lanciavano grida di giubilo e eseguivano danze bacchiche, sacrificando e cantando la sua apparizione a imitazione delle Menadi che si raccontava essere state le nutrici di Dioniso.

Ma perché cerchiamo l’essenza della biblioterapia in un mondo così antico?

Pazienza… Vi assicuro che c’è un legame fortissimo tra il concetto di catarsi, punto centrale della biblioterapia, e la catarsi tragica. E fortissimo è il legame di Dioniso con la sapienza, poiché il dionisiaco, scrive Giorgio Colli, è danza, stato contemplativo, trasfigurazione artistica. Il dionisiaco, diceva Nietzsche, è un istinto estetico.

Allora, vedremo insieme come spettatore e lettore hanno in comune un percorso estetico esemplare di immaginazione e sensibilizzazione.

Il termine tragedia appartiene alla letteratura. E’ un genere letterario in cui giocano nella narrazione, temi fondamentali per l’esistenza. Il soggetto prediletto è il mito, i poemi omerici, i cicli epici, i lirici corali. Molto amati sono gli antefatti della guerra di Troia e gli avvenimenti successivi, le vicende di Eracle, il grande eroe civilizzatore e insieme personaggio sanguinario e ambiguo, Perseo, figlio di Danae e Zeus, prigioniero del patto senza rifiuto, che deve uccidere la Gorgone, Giasone e gli Argonauti mandati da Era irata a riprendere il vello d’oro.

Eroi e non dei perché a rappresentare la tragedia ideale i drammaturghi preferiscono lasciare ai margini le divinità. Fatta eccezione per Dioniso, un dio ambivalente, contraddittorio e pertanto perfettamente tragico. E’ il dio della conoscenza, essenza della vita e suo culmine.

Ad aiutarci ad una comprensione più precisa della tragedia, viene in nostro aiuto Aristotele. Nella Poetica egli precisa che le tragedie più belle hanno protagonisti pochi gruppi familiari. Privilegiati quelli di Oreste, di Edipo, di Alcmeone e di quanti altri si trovavano coinvolti nell’agire o nel soffrire azioni tremende. Il requisito fondamentale della tragedia, infatti, sta nel patire o fare cose terribili. Lo spazio dell’evento tragico matura solitamente nel microcosmo dei gruppi parentali connotati da schemi comportamentali rigidi e vincolanti. Quindi un mondo, quello del ghenos, che cela potenziali conflitti interni particolarmente drammatici. Figli che uccidono il padre, fratelli che uccidono fratelli, figli che uccidono la madre, padri che sacrificano figlie. Si potrebbe pensare che il soggetto della tragedia siano le peggiore brutture, le nefandezze più abominevoli e i più tremendi pervertimenti umani. In realtà lo spettatore non è mai davanti al formarsi dell’atto violento. Lo stesso protagonista viene coinvolto in situazioni strazianti, annichilenti, intrise di tormenti e crudeltà al di là della sua personale volontà. Ciò avviene in modo particolare quando ad essere sovvertite in maniera efferata sono le leggi di natura: Oreste uccide la madre per ordine di Apollo, Edipo ignora che Giocasta sia sua madre, Penteo, re di Tebe, viene smembrato dalla madre Agave. Baccante in estasi, Agave lo vede come cucciolo di animale e pratica su di lui lo sparagmos, lo fa a pezzi e onora così la divinità.

Inflessibile, nella tragedia regna Ananke. Potenza cosmogonica, dea del destino, Ananke impone il rispetto di limiti e confini fissati dagli dei per gli uomini. Confini che l’eroe tragico spezza peccando di hybris, l’orgogliosa tracotanza sovvertitrice dell’ordine che porta l’uomo al di là di ciò che è lecito.

Se la colpa è inconsapevole non per questo è meno lancinante e punitiva.

Il conflitto, la colpa tragica e le sue conseguenze, il dolore crudele e l’ineluttabile accecamento di Edipo, innervano la potenza narrativa di questa tragedia. La natura dell’eroe tragico, portatore di un destino misterioso dato dagli dei, conosce la forza angosciosa della morte, della colpa e dell’abbandono.

In Edipo, immenso è il terreno del conflitto. Tra società e individuo, tra il potere, precario e mutevole, la fragilità e l’angoscia. Tutti sono trascinati implacabilmente di fronte alla prospettiva annichilente della colpa per scoprire quanto ciò che è legittimo e ciò che è illecito si dispiegano immediatamente vicini, pieni di sfumature. L’ordine divino è così infranto. Edipo, colpevole di trasgressione ai limiti parentali, precipita dalla soglia regale e dai suoi è trattato come reietto tra i viventi. Il dolore ha reso il suo aspetto ripugnante, il suo incedere è pesante, il suo rancore lo divora. Non conosce più benevolenza, le sue maledizioni sono dardi che tutti trafiggono.

Lo spettatore della tragedia, attraverso la narrazione degli eventi assiste al divenire incessante dell’esperienza della vita. Pietà e terrore, potenti forze naturali, sorprendono lo spettatore che si ritrova in una sorta di nudità, esposto alla purificazione delle passioni poiché le emozioni suscitate dal racconto tragico, sono un sentire intenso che sgorga dall’anima, una forma di guarigione, una messa in scena del proprio mito personale.

Il pubblico partecipa alle infinite sofferenze degli eroi tragici, ai loro eccessi, al loro straripante orgoglio, al dolore della colpa che vuole vendetta e giustifica il castigo. Investito dal potenziale perturbante delle emozioni, chi assiste alla scena si identifica con il personaggio, lo sente dentro a sé, percepisce la prepotenza della sua verità emotiva. Prova la medesima sofferenza, gli stessi travagli che l’eroe sta mettendo sulla scena, nel suo destino conflittuale, il corpo vibrante e risonante di emozioni che mutano e configurano immagini su immagini.

Emozioni che detonano in profondità, parlano il linguaggio universale dell’umanità che in quelle emozioni e in quelle immagini si riconosce. I personaggi della tragedia sono figure che rivelano ciò che accade nella geografia interiore dell’umano. La mente ingombrata da pensieri inimmaginabili, la psiche annichilita da angosce straripanti, il terrore che non ha nome, il disagio della solitudine che cerca disperatamente un contatto. Nel processo identificativo, lo spettatore attraversa la dimensione tragica, la utilizza ma nello stesso tempo sta fuori dalla scena e, grazie al momento catartico offre una nuova direzione di senso al proprio vissuto affettivo, con una rinnovata prospettiva sul proprio intimo sentire.

Il conflitto si risolve simbolicamente alla conclusione, quando le emozioni trattenute durante la narrazione degli eventi, si liberano nell’attimo trasmutativo e generativo della catarsi.

La narrazione tragica è capace di alterare forme di pensiero e atteggiamento, di svelare l’esistenza nell’eroe di un complicato orizzonte psicologico. Mette a nudo l’essere umano, creatura tormentata e terribile, bisognosa di luce improvvisa che liberi la psiche dagli agenti patogeni per fare spazio a sentimenti più armoniosi, adeguati e accordati alla vita umana.

La catarsi è l’onda che guarisce, cura lo squilibrio e la rottura di quello stato di grazia che i nostri progenitori interpretavano come accrescimento della personalità, attimo di perfetta salute.

Un modo di sentire e pensare che aveva dimora nelle correnti sapienziali determinanti per la maturazione della cultura greca, origine di tutta la civiltà occidentale.

Tra il VI e il V secolo a. C. nel movimento misterico dell’orfismo che trae il suo nome dalla personalità di Orfeo, leggendario cantore figlio della musa Calliope e nelle dottrine pitagoriche, katarsis era un’occasione potente, benefica e guaritrice, una capacità trasformativa connaturata al corpo e all’anima che dava il nome ad un rito di purificazione spirituale a cui faceva immediato seguito una modificazione corporea sulla base della visione olistica che identifica corpo, mente e spirito quali componenti di un unico sistema.

Per i pitagorici la musica e la medicina purificavano rispettivamente l’anima e il corpo, principi di nutrimento benefico, supporto sostanziale per l’espulsione di disposizioni d’animo e di umori fisici depositati come corpo pesante e oscuro che schiaccia e rovina. Per gli orfici, era fondamentale condurre vita ascetica al fine di purificare l’individuo in modo da sostenere l’affiorare della parte divina quanto più possibile. Teofrasto, filosofo e botanico, discepolo prediletto di Aristotele, nel De causis plantarum, con il termine catarsi indica anche la potatura, azione necessaria per la produzione di frutti di buona qualità.

Il taglio della potatura possiede, infatti, un significato simbolico e concreto molto forte. Sancisce un nuovo inizio e dà direzione allo sviluppo vegetativo della pianta per tutto l’anno a venire.

Ma torniamo un attimo ad Aristotele e prestiamo attenzione a cosa dice sulla catarsi nel capitolo VI della Poetica e nel libro VIII della Politica che tratta dell’educazione e della musica.

Egli scrive della catarsi per delineare l’essenza della tragedia, un’imitazione di un’azione elevata, compiuta e grave, con un linguaggio piacevole […] e questa imitazione, per mezzo di pietà e paura, conduce alla purificazione di siffatte passioni. Lascia tuttavia sospesa la spiegazione di cosa veramente sia la catarsi.

Una catarsi liberatoria, indotta da emozioni intense, potrebbe tanto voler indicare la purificazione dalle passioni quanto la purificazione delle passioni stesse.

Il senso profondo della purificazione delle emozioni, secondo il filosofo, si realizza sia nella sua portata estetica che etica e politica. Nella Politica, appare come un processo utile a rimettere in equilibrio il pensare e il sentire strettamente connessi l’uno all’altro.

Una specie di disciplina della vitalità emotiva di supporto all’arte di esistere ma anche una condizione indispensabile affinché il soggetto coltivi le passioni per una formazione di sé equilibrata sul piano tanto personale quanto politico. Il ristabilimento emotivo, in altre parole, è tenere nel modo giusto la vita affettiva affinché prenda nuova forma e sia benefica nella vita intima e in quella pubblica. La catarsi è un prestare attenzione alle cose che accadono nella mente per identificare quale sentimento o emozione muove la mente stessa in quel preciso attimo.

Il concetto di catarsi è anche punto centrale della biblioterapia.

Wolfgang Iser, principale esponente della scuola di Costanza insieme a Hans Robert Jauß, afferma il ruolo fondamentale del lettore nel processo di comprensione dell’opera letteraria. Analogamente all’attore, calato nei panni di un personaggio rappresentato sulla scena o allo spettatore che sta nella dimensione tragica, il lettore è attivo nel richiamare alla mente la realtà rappresentata nel testo attraverso i propri sentimenti e pensieri. La lettura è un modo di stare al mondo che richiede la sospensione del vivere irriflessivo e il lasciar accadere le cose. Leggere comporta l’esperienza della qualità della propria vita affettiva.

La storia della letteratura come provocazione è il titolo della prolusione tenuta da Jauß all’università di Costanza nel 1967. Jauß individua il lettore in continuo dialogo con l’opera letteraria come fondamento della storia della letteratura. Il lettore ha un ruolo di primo piano nel processo di ricezione dell’opera letteraria, è componente attiva e determinante che stabilisce la natura atemporale del testo poiché lo attualizza, ne determina il significato storico e il valore estetico. L’opera è sempre viva perché il lettore le rivolge domande sempre nuove.

Anche Wolfgang Iser individua nell’interazione tra lettore e testo la condizione privilegiata che fa emergere sempre nuovi significati testuali. Ogni lettore ha, infatti, un particolare modo di interpretare il testo che dipende dalle proprie esperienze emotive e cognitive e dal tempo storico in cui ciò avviene.

Il lettore, la realtà e il testo, creano, secondo Iser, spazi di indeterminatezza che il lettore è indotto a colmare dalla propria prospettiva individuale.

Chi legge si predispone a circolare tra i piani della realtà del mondo, il proprio immaginario e il testo. Grazie all’immaginazione, gli elementi del mondo reale innervati nel testo come atti di finzione si tramutano in segni linguistici. La finzione fa da tramite tra realtà e immaginario. Ciò che è reale nel mondo è finzione e l’immaginario diventa reale poiché è vitalizzato dalle emozioni, sentimenti e pensieri del lettore. In questo modo il mondo viene riformulato. La realtà che l’autore espone nel testo non è reperibile nella realtà, ma fa riferimento a ciò che nella realtà esiste.

Tutto il mondo che vive nel testo è irreale ma suscita nel lettore una vita affettiva vitale che ha contenuto emotivo, sentimentale e cognitivo attribuendo in un certo modo caratteristiche di realtà a quel mondo pur nella consapevolezza della sua inesistenza. Jauß, facendo appello ad una impostazione prettamente estetica, ritiene che il ruolo del pubblico sia di capitale importanza per comprendere l’opera d’arte. Il suo paradigma estetico trova nel piacere e nel godimento la sua esperienza originaria. Quest’esperienza ha storicamente un modo di stare nel mondo in relazione al significato di uso, dal termine latino frui, avere, disporre di, nel senso di godimento condiviso, di una condivisione del bene goduto.

In altre parole, il piacere condiviso nell’interazione con un oggetto genera un particolare sentimento di liberazione grazie alla mediazione dell’immaginario.

La questione dell’immagine viene posta non come mera rappresentazione, ma come potente legame tra reale e virtuale, sostituto temporaneo del reale su cui poter agire creativamente al fine di intervenire poi sul piano fisico, trasformandolo.

Tre sono i piani dell’esperienza estetica, secondo Jauß, dai quali può compiersi il sentimento di liberazione: poiesis, aisthesis e katharsis ma è la catarsi ad essere più direttamente collegata alla letteratura poiché prevede l’identificazione del lettore o dello spettatore all’eroe descritto o rappresentato nell’opera d’arte. Libera dall’intensità travolgente delle passioni, la mente può riprendere a dialogare e a fare esercizio di riflessione. Il piacere estetico rigenera il pensare critico, educa la mente a ritemprare la dimensione del sentire. Il processo di identificazione, di immedesimazione psicologica è il riconoscimento della nostra identità etica che avviene tramite un’elaborata pratica riflessiva orientata dall’interazione con il testo. L’identificazione non è definibile come condizione empatica o proiettiva quanto piuttosto come incontro con l’alterità che ha bisogno di una postura etica che coltiva la partecipazione emotiva e il riconoscimento dei limiti, la giusta distanza e l’arte della negoziazione, di un ritorno che inaugura un nuovo rapporto con i propri orizzonti esistentivi.

Ma che cos’è l’intelligenza estetica? L’estetica è il sentire, il modo in cui percepiamo le qualità delle cose che accadono, la sensazione che deriva dal presentimento di un oggetto o di un’esperienza attraverso i nostri sensi. Una sensazione piacevole che può nascere dalla visione di un’opera d’arte, dalla bellezza di un fiore, dal tocco della morbidezza della seta, dal sapore di un alimento delizioso, da una fragranza profumata ricca di suggestioni o dal timbro sonoro di una voce. Per un lettore come si esprime l’esperienza estetica? Può aver inizio nello sfogliare le pagine del libro che ha in lettura, nel gustare le atmosfere di un racconto, nel riempirsi gli occhi di paesaggi incantevoli o nei legami pieni di affetto che intrecciano i personaggi nella trama o nei momenti di ispirazione che ci dona l’autore, nei sentimenti mutevoli e cangianti, in sensazioni profonde e visionarie che possono dar esistenza a quel sapere interiore che non aveva mai visto prima la luce della propria esistenza. Una vita attiva, ma vissuta nel profondo dove stanno le nostre ombre.

Il termine estetica ci conduce a riflettere su alcune specificità dell’esperienza sensoriale. La musica, l’arte, la natura, gli spettacoli teatrali, la commedia e la tragedia, sono luoghi della nostra quotidianità generatori di intense emozioni e commozioni, luoghi custodi delle nostre cose più preziose.

L’esperienza estetica è un’esperienza incarnata poiché, scrive Theodor W. Adorno, è il primo segno del bello. Dell’emozione estetica è la pelle d’oca, il sentimento della commozione. Ed è un’esperienza primordiale prodotta dal dialogo con ciò che dà piacere, stupore e meraviglia. Una peculiarità costitutiva dell’uomo che ci sostiene nello spostare lo sguardo sulla complessa stratigrafia sulla quale si appoggia l’esistenza umana.

L’atto del commuoversi, e il particolare rapporto tra libro e lettore, ne è dimostrazione sicura. Implica il movimento, il muoversi insieme di modi di pensare, sentimenti e percezioni.

Questo universo personale e fantasmagorico subisce una trasformazione nell’atto dell’osservare un’opera d’arte, nella lettura coinvolgente i vissuti affettivi, nell’ascolto musicale. Tutto viene risistemato, portato a nuove configurazioni, a diverse tonalità emotive ed affettive. E’ un momento in cui intravediamo un mondo altro, diverso, contemporaneamente vicino e lontano.

La sensibilità è una dimensione cognitiva estremamente preziosa. Colpisce il poter trasformare l’orizzonte del sentire, quel sentire fortemente corrispondente al benessere, all’essere e al stare nel piacere del bene.

E’ essenziale ad una cura di sé intrecciata con comprensione, generosità e compassione. Cura di sé che aspira alla serenità dell’anima. Plutarco la denomina euthymia, condizione di equilibrio interiore proprio di un’anima che sa di accogliere il negativo quanto il positivo della vita poiché entrambi gli aspetti ne fanno parte.

Estetica è una parola che ha origine in aìsthesis. Per i Greci era il sentimento, la sensazione, la percezione. Sottolineava l’importanza della soggettività e di tutto ciò che le è pertinente: l’individuale, i vissuti affettivi, la storia personale. E’ una sfera che, per noi appartiene al cuore ed è un’attività per l’autocomprensione emozionale, indispensabile all’autoformazione. Aìsthesis nell’antichità era una sorta di causa scatenante di cariche emotive che portavano oltre il sensibile, verso la bellezza intellegibile. Ed era solo questo che contava.

Platone e la tradizione neoplatonica, insegna Remo Bodei, definivano il bello come acromatos, incolore, intangibile, inodore, privo di sapore.

Solo dalla modernità, ossia dalla metà del 1700 con Alexander Baumgarten, il bello trova corrispondenza con la sensazione, con una conoscenza confusa, legata al corpo, alla fisicità.

L’arte e la poesia, connesse con il meraviglioso e con i sogni, sono una forma inferiore della più eminente conoscenza razionale. Il bello è la perfezione della conoscenza sensitiva, tuttavia ne è solo apparenza.

Nella visione filosofica di Kant, l’esperienza umana è in parte determinata dall’apparato sensoriale e solo attraverso questa pratica è reso possibile immaginare l’esistenza di qualcosa: la vera conoscenza dipende dalla ragione che ci fa riflettere sulla visione mostrandoci la vera realtà. Possiamo pensare ai sensi come topoi, luoghi di entrata e uscita che appartengono al corpo fisico, ne descrivono e qualificano il sentire emotivo, il modo di come noi stessi siamo nella vita. Vi sono sensi che fin dall’antichità hanno avuto un ruolo privilegiato nella vita e nel pensiero dell’animale uomo. La vista, secondo Aristotele, è il senso più nobile. Il verbo theoreo, guardare, osservare, contemplare, essere spettatore, possiede, infatti, un orizzonte di senso vastissimo. Lo sguardo pone una condizione di percezione che può andare illimitatamente lontano. Volgersi al cielo, verso uno dei più grandi misteri della Natura, per vedere le stelle, diceva Remo Bodei.

Ma la visione è intermittente, le palpebre chiudono il passaggio verso il mondo esterno e richiedono un ripiegamento nell’intimità. Non c’è mai riposo per l’udito, invece, che è sempre attento, vigile.

Nel buio ascoltiamo la paura. Ma avere una buona acustica consente il saper stare in equilibrio, mantenersi saldi nella sapienza del cuore. Udito e vista sono, per i nostri progenitori, sensi nobili, fonte di verità e rigore. Tatto, gusto e olfatto sono ben poco celebrati. Sono sensi dell’approssimazione, l’olfatto è sicuramente il più antico: instabile e ingovernabile, appartiene ai predatori più temibili.

L’esperienza estetica è conoscenza straordinaria, prodigiosa. Intimamente connessa con la vita cognitiva, èun modo di stare al mondo connotato affettivamente. Noi umani, non dimentichiamolo mai, siamo legati alla sensazione, al sensibile, alla bellezza, al sentimento del piacere, all’arte che, nelle sue molteplici forme, è poesia.

Pubblicato in Biblioterapia.