Passaggio in America. Biblioterapia clinica, un’arte in continua evoluzione. La sensibilità estetica di Arleen McCarty Hynes


Nell’articolo precedente vi ho raccontato quando, nell’età moderna, i libri sono divenuti, in Europa, strumenti di cura e benessere per le persone. Ora ci spostiamo negli Stati Uniti e incontriamo una tra le prime figure di rilievo nella storia della biblioterapia statunitense, Benjamin Rush.

Firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, medico e riformatore sociale, Rush promulga molte riforme nei settori dell’istruzione e della medicina. Dedicatosi soprattutto allo studio dei disturbi mentali, introduce i libri negli ospedali consigliandone la lettura a tutti i pazienti.

Un altro punto di riferimento nell’evoluzione della biblioterapia è John Minson Galt II che nel 1843, sovrintendente all’ospedale di Williamsburg in Virginia, fonda una biblioteca per i pazienti. Minson Galt, filantropo e uomo di lettere, è tra i primi a riconoscere il valore della lettura come terapia. Egli considera i libri uno strumento essenziale per il recupero di virtù quali forza d’animo, sobrietà, diligenza, parsimonia. Un supporto fondamentale per il superamento di situazioni debilitanti e deprimenti, deficit e squilibri mentali.

Progetti di cura mutuati direttamente dai programmi di gestione e controllo della malattia mentale in uso soprattutto in Gran Bretagna, vengono adottati in molti ospedali psichiatrici americani che sono riforniti con regolarità di giornali, periodici e libri di narrativa allo scopo di rinforzare quei valori ritenuti essenziali alla gestione morale della società.

Nel 1853 Minson Galt scrive e pubblica il suo pensiero sulla biblioterapia come strumento di cura negli ospedali psichiatrici, nove anni prima che le truppe dell’Unione occupassero la città e l’ospedale vietandogli l’ingresso. Si racconta che proprio la preoccupazione per i pazienti, che non poteva curare, lo avessero depresso fino a farlo morire. Nell’orazione funebre, Minson Galt fu affiancato, per il suo valore, a William Tuke.

L’Ottocento americano è un secolo pieno di fervore. Si forgiano nuove idee e maturano nuove concezioni di sé. Per dirla con Emerson, si vuole percepire ogni dettaglio dell’ambiente, di un mondo nuovo e originale che si arricchisce di incontri fervidi e di legami intellettuali profondi e trasformativi. Letteratura e filosofia hanno pensieri stupefacenti, intuizioni liriche e riflessioni esaltanti. Gli occhi penetranti della poesia percorrono le forze primordiali della luce e scandagliano gli oscuri abissi dell’anima. La fiducia in se stessi, il coraggio, l’ottimismo, la vulnerabilità celata dietro l’esaltazione, il cuore intrepido, profilano e gettano le basi di un’esperienza trascendente di altissima vitalità.

Nel 1857 un sodalizio di grandi intellettuali, tra i quali Ralph Waldo Emerson, Henry Wadsworth Longfellow e James Russell Lowell, fonda l’Atlantic Monthly, una rivista culturale al servizio della libertà e del progresso nazionale. E’ in questa rivista che nel 1916 viene pubblicato un articolo a firma di Samuel McChord Crothers, un brillante ministro della Chiesa unitaria e ambito conferenziere su argomenti letterari e storici. Mente arguta e straordinariamente ampia per intuizione e visione, McChord Crothers, nel suo articolo intitolato Literary Clinic, crea il termine biblioterapia. Un termine che abita da subito in riviste scientifiche e mediche grazie a numerosi studi e ricerche che hanno come argomento le potenzialità terapeutiche dei libri.

Un cambiamento radicale per questo eccezionale metodo di cura porta la data del 1917 quando gli Stati Uniti entrano in guerra e l’American Library Association fonda il Library War Service con il fine di fornire servizi bibliotecari ai soldati americani in addestramento e per coloro che già affrontavano l’orrore sui campi di battaglia europei. Grazie ad una capillare raccolta di fondi si attrezzano biblioteche da campo e una distribuzione organizzata di milioni tra libri e riviste che confluiscono in grande copia negli ospedali, modificandone l’assetto mentale terapeutico.

Il Library War Service, sostenuto finanziariamente dalla Carnegie Corporation, crea biblioteche da campo e arruola un migliaio di bibliotecari da inviare in basi e ospedali militari. Le biblioteche da campo, semplici costruzioni in legno, sono utili anche a ricreare un’atmosfera familiare dove rilassarsi e alleggerire temporaneamente tensioni emotive ed esistenziali.

La luce dei libri si rivela fondamentale ostacolo alla decomposizione dell’anima, travolta dalla violenza totalitaria della guerra. I militari fanno richiesta soprattutto di libri per apprendere o arricchirsi di competenze intellettuali e sociali necessarie alla vita dopo lo strazio della guerra.

A conclusione del periodo bellico, il servizio bibliotecario degli ospedali militari continua sotto l’amministrazione del servizio sanitario pubblico e il Dipartimento per gli affari dei Veterani. L’uso dei libri come strumento terapeutico suscita sempre più l’interesse di medici e letterati. Si sente il bisogno di scoprire e rivelare tutti quei meccanismi neurobiologici che supportano progressivamente lo sviluppo della struttura cerebrale, chiamando in causa anche e soprattutto la dimensione emotiva.

Quest’ultima, infatti, è connessa con più distretti cerebrali che convertono l’informazione letta in stimoli collegati tra loro rappresentabili in trasformazioni morfologiche, anatomo-funzionali e psicobiologiche. In altri termini, i neuroni coinvolti nella lettura promuovono nuovi stili di apprendimento i cui benefici si possono diffondere nell’unità corpo-mente.

Se negli anni Venti le facoltà di medicina di alcune università, come la Western Reserve University, offrono programmi di formazione in biblioterapia, gli anni Trenta sono ricchi di saggi e articoli pubblicati sulla stessa come arte terapeutica. I fratelli Menninger, medici psichiatri, titolari dell’omonima clinica da loro diretta, rivendicano le potenzialità terapeutiche della lettura.

Nel 1937 pubblicano The Human Mind e l’articolo Bibliotherapy. Questi scritti definiscono concetti fondamentali, validi ancora oggi. Illustrano come avviene la selezione del materiale di lettura effettuata dal medico curante, spesso in collaborazione con bibliotecari esperti, della prescrizione personalizzata del libro e dell’importanza di una metodologia scientificamente responsabile e programmata per la scelta dei testi di lettura.

Sul piano pratico, i Menninger pongono le fondamenta per quella che sarà definita biblioterapia clinica. Nello stesso anno, Elizabeth Pomeroy, direttrice del Veterans Administration Library Service, pubblica i risultati delle sue ricerche sui benefici apportati dalla biblioterapia applicata ai pazienti in cura presso gli ospedali Veteran Administration, il più grande sistema sanitario integrato americano.

Anche in Gran Bretagna la biblioterapia prospera grazie alle biblioteche ospedaliere. Nel 1930 la rivista Lancet pubblica i rapporti della Conferenza sulla sanità pubblica inserendo anche la biblioterapia come metodo di cura. Sir Charles Hagberg Wright, segretario e bibliotecario alla Biblioteca di Londra, in un intervento presso la Croce Rossa dell’Impero Britannico, sostiene la terapia con i libri come parte integrante della terapia medica negli ospedali.

Nel 1949 la fortuna bussa alle porte della biblioterapia. Caroline Shrodes, una giovane dottoranda, elabora un modello di biblioterapia definito dinamico. Shrodes, sulla base delle teorie della personalità, si convince che i processi psichici e le dinamiche della lettura siano strettamente legati tra loro e promuovano crescita emotiva e trasformazione adattive. Leggere, infatti, implica immaginare, rappresentare, percepire, prestare attenzione, apprendere. Un insieme di attività complesse che partecipano in massimo grado alla creatività di ogni individuo, alla sua evoluzione, alla sua arte di esistere. La lettura, quindi, evidenzia il legame esistente tra emozioni, sensazioni e pensieri che tutti sperimentiamo nel nostro quotidiano e ciò che scopriamo di noi stessi mentre interagiamo con il nostro vissuto emotivo, stimolato e risvegliato dalla lettura.

Leggere di un amore travolgente, di un viaggio emozionante, di una passeggiata naturalistica, di una malattia invalidante possono diventare per il lettore il corrispondente simbolico di un proprio vissuto personale.

La disciplina biblioterapeutica parla quindi, più linguaggi. Corrisponde e comunica con molte discipline. Opera per la costruzione di una realtà culturale che ha cura di sé e dedica risorse alla formazione del pensiero, attenzione a emozioni e sentimenti per lumeggiare i passi dell’esistere. Identificazione, introiezione e proiezione sono termini psicanalitici, catarsi è termine religioso prima che filosofico. Estetico, perché l’intuizione poetica è purificazione dalle passioni, sentimento di intensificazione della vita, secondo Kant.

La biblioterapia pratica la teoria letteraria, la storia, la musica e la biologia, perché leggere è simulazione incarnata e leggere ad alta voce è una forma di comunicazione che crea una speciale relazione intersoggettiva, rimette in discussione la voce e stabilisce una relazione fisica con il testo.

Shifra Baruchson-Arbib, eminente studiosa di storia dei libri e dei manoscritti ebraici, fondatrice del Dipartimento di Scienze dell’Informazione presso l’Università Bar-Ilan, ha pubblicato ricerche sulla cultura della lettura, della bibliografia e gestione delle biblioteche. Secondo Baruchson le informazioni che possono essere di aiuto e sostegno per affrontare e gestire la vita personale si trovano a disposizione di ogni persona nella poesia, letteratura, lettura di quotidiani e visione di film. Nella narrazione possono essere individuate tutte le informazioni che consentono all’individuo di trovare e abitare il proprio benessere.

Parlare della biblioterapia moderna è, per Baruchson -Arbib, parlare di Arleen McCarty Hynes, una figura tra le più rappresentative, ricordata come la persona che ha saputo strutturare un importante metodo pratico per l’uso della biblioterapia.

La dottoressa McCarty Hynes è stata bibliotecaria presso il St. Elizabeths Hospital, l’unica clinica psichiatrica federale di Washington D.C. In questa istituzione ha dato vita ad una importante revisione della pianificazione operativa dell’ospedale ampliando i servizi della biblioteca e favorendone la libera frequenza. Ha organizzato conferenze, proiezioni di film e ascolti musicali. Particolarmente significativo il suo acume nel comprendere il potere terapeutico delle parole, della lettura come circolo virtuoso di immaginazione e metafore, immagini e ritmi della poesia, pensieri e riflessioni. Personalità brillante e intraprendente, dotata di comprensione e umanità, McCarty Hynes, addestrò alle tecniche della biblioterapia una classe di bibliotecari non senza aver prima esplorato profondamente la sua partecipazione alla lettura come strumento di benessere.

Alla fine degli anni Sessanta attira la sua attenzione il libro del dottor Jack J. Leedy.

Persona carismatica, Leedy ha già pubblicato due libri sui benefici della poesia come terapia e illustri professionisti della cura, lettori e scrittori ne condividono le conclusioni. Leedy rivitalizza una metodologia in qualche modo rivoluzionaria per guarire la mente. Nonostante le rimostranze di Jacob Levi Moreno, che con la sua tecnica di psicodramma si sentiva egli stesso padre di questo genere di metodologia, Leddy è ricordato come padre della terapia attraverso l’arte poetica. Un filo d’argento lo collega alle opere e alle attività di Robert Schauffler, scrittore e poeta, Smiley Blanton, psichiatra e autore di The healing power of poetry ed Eli Griefer, avvocato e soprattutto poeta ispirato. Nel 1950 Griefer fonda presso il Creedmoor State Hospital di New York un gruppo di poemterapy.

Nel 1959, Greifer opera come facilitatore in un gruppo di terapia della poesia, supervisori Jack J. Leedy e Sam Spector. Leedy, assieme a Graifer, definisce i principi della pratica terapeutica con la poesia al fine di rendere questo metodo utilizzabile da molte professioni di aiuto. Un compito certo non facile ma che si realizza attraverso un network di professionisti molto collaborativi che ne hanno favorito l’espansione a livello internazionale.

L’amore per la poesia ispira Leedy alla creazione dell’Associazione per la terapia poetica e Arleen McCarty Hynes è nominata primo presidente della National Federation for Biblio/Poetry Therapy, organizzazione che accredita i terapisti della poesia. All’inizio degli anni Settanta, lei stessa imposta il primo programma di formazione completo per biblioterapeuti. Nel 1986 dà alle stampe un manuale pratico ancora oggi utilissimo e continuamente edito, scritto con la collaborazione di una delle figlie.

Fervente cattolica, dopo la morte del marito, McCarty Hynes sceglie la vita monastica ma continua a portare avanti un impegno di riformulazione veramente eccezionale dell’attività biblioterapeutica come relazione di aiuto e come particolare tipo di relazione umana. In grado di padroneggiare abilità umane e professionali, comprendere situazioni e gestire problemi, valuta i bisogni dei pazienti, progetta attività per implementare i processi di guarigione e, come abbiamo visto, organizza percorsi formativi per biblioterapisti, definendo in tal modo l’azione terapeutica dei libri come una tecnica di educazione sociale e di riabilitazione psicologica assolutamente preziosa, attraverso il quale il paziente/lettore impara a prendersi in carico in autonomia.

L’obiettivo delle terapie artistiche creative, infatti, è di creare una realtà positiva di se stessi così da catturare la bellezza nel proprio cuore e creare una completezza di sé passando da attività vitale in attività vitale, in continua trasformazione. La natura espansiva e dinamica della biblio/poesia, secondo McCartyHynes, attiva una discussione collettiva sui testi letti e realizza nello stesso tempo dialoghi reali ed efficaci tra il biblioterapeuta e i lettori che insieme giocano un ruolo positivo insieme ai poteri evocativi della narrazione e della poesia. Immagini, desideri, memorie sono accolti in uno sguardo nuovo, capace di vedere situazioni diverse, esistenze diverse; lo spirito libero di poter scorgere se stesso, spostare le proprie mete o i propri punti di arrivo, ascoltare ritmi inattesi in presenza di una più nitida conoscenza di sé. Complice la lettura, che mira a dislocare il pensiero, a elevarlo con esercizi immaginativi, in altri spazi corporei, emotivi, sentimentali. Poiché il pensare ad altre forme e immagini significa tentare una rappresentazione, nella propria interiorità, di un’altra immagine di sé. La poesia, nelle stupende parole di Antonio Prete, è per sua natura lingua dell’elevazione e lingua dell’amore.

Pubblicato in Biblioterapia.

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