
Altezza media, capelli scompigliati, laurea ad Harward, trascendentalista. Eccentrico e libero. Artista del sentimento e del pensiero. Appassionato filosofo della natura.
Sperare di poter definire una personalità vigorosa come quella di Henry David Thoreau è alquanto complicato. Ciò che appare chiaro da quella fusione tra la sua vita e le opere è che fu tra i pochi che seppero forgiare il proprio destino con un linguaggio dell’anima delicato e una sensibilità poetica così intensa da liberarsi da condizionamenti, costrizioni e ruoli illusori.
Seppe ascoltare e interpretare la Natura poeticamente, spiritualizzandola. Amò ritirarsi nella quiete dei boschi, esplorare le colline e le valli che gli indiani Algonchini avevano percorso in silenzio con passo teso assecondando il respiro dell’anima. Henry Thoreau e suo fratello John amavano leggere con passione le storie degli indiani e impararono molto delle loro tradizioni. Entrambi identificavano le popolazioni native con la vita selvaggia e fantasticavano dei loro viaggi in canoa lungo la lenta corrente del fiume Musketaquid. In lingua algonchina significa fiume sul terreno erboso e scorre nella zona orientale di Concord, città nativa di entrambi e primo insediamento inglese nell’entroterra del Nuovo Mondo.
Sotto l’infinito mutare di ogni forma, Thoreau seppe scorgere l’unità perfetta e immodificabile dell’essenza. La sua forza vitale, la sua anima, il cuore, il pensiero seppero intonarsi alle vibrazioni musicali della Natura con cui aveva avuto, bambino e adulto, una poetica e solidale relazione.
Entusiasta, dotato di interesse scientifico, viscerale e simbolico. Michael Sims lo descrive come capace di trascorrere intere giornate in contemplazione silenziosa dei segni più semplici, intuendo nel pulviscolo che ondeggia nella luce del sole, nel gocciolio del ghiaccio, nell’incresparsi delle acque del lago, nella coltivazione dei suoi fagioli, nelle tonalità autunnali delle foglie, le vibrazioni del divino.
Thoreau osservava e amava la Natura, godeva gioiosamente della Creazione, lo sguardo poetico e chiaro su piante, uomini e animali. Li amava e venerava non per sé stessi, ma per lo spirito divino che trova espressione in loro. Henry, scrive Valentina Cannella, è stato una delle rare persone che hanno camminato sui sentieri della vita per fusione e non per separazione, in simbiosi con le accese tonalità della natura che trasudano energia, luce e forza all’esterno. Ha respirato all’unisono con la natura, rispondendo ad essa con grazia e riconoscimento, davvero cosciente di essere una parte del tutto. Di un tutto che germina nella parola scritta, nel segreto dei suoni, nell’armonia, nelle vibrazioni dei pigmenti colorati.
Il colore è un potente ispiratore d’immagini e ogni cosa vivente imprigiona e libera una tinta sua propria. Ogni vibrazioni luminosa dimora e si mostra in un’esistenza che è destinata alla sua rappresentazione.
Camminando con Henry tra le pagine di Tinte autunnali entriamo in uno stato di grazia e di esultante bellezza. L’autunno è il tempo delle metamorfosi più splendide. E’ una stagione piena di romanticismo, portatrice di mutamenti nel paesaggio e nelle nostre emozioni. E’ la stagione su cui è più facile riflettere sull’importanza di lasciar andare ciò che non è più utile, aiutandoci ad alleviare quei passaggi dell’esistenza talvolta difficili, quando siamo frastornati da improvvise stanchezze, malinconie, malumori, cali di energia che rendono difficoltoso il vivere bene. Quando la mente fatica a farsi condurre da un’immaginazione fertile a dare direzione e senso alla vita e sembra di vacillare in una condizione di smarrimento. Ecco che Henry può venirci incontro e rivelarsi un amico gentile e generoso.
Anima inquieta e ribelle, Thoreau fu una mente geniale. Legato da affetto profondo a Ralph Waldo Emerson, padre fondatore del movimento trascendentale che riconobbe da subito l’eccezionale temperamento dell’amico, decise di sperimentare la vita nella natura selvaggia riconoscendole il ruolo di musa ispiratrice. Sempre ostile alle sterili convenzioni della mente, della società e della cultura, Thoreau fu infaticabile oppositore dello schiavismo e della devastazione del territorio da parte dell’industrializzazione imperante. Contrario all’utilità di esperimenti collettivistici come quello di Brook Farm, una comunità agraria utopica trascendentalista che ebbe tanto notevole influenza quanto breve durata, visitata da Nathaniel Hawthorne, Margaret Fuller e Theodor Parker, Thoreau predilesse, come Emerson, all’esperienza di comunità, la ricerca interiore come esperienza individuale solitaria e silenziosa.
Per Emerson è nel cuore degli uomini che si sprigiona la scintilla che invita all’evoluzione e spinge al cambiamento che è sempre di natura interiore. Tuttavia, rispetto a Thoreau, Emerson ebbe una vita maggiormente integrata nella comunità di Concord, pur in una ricerca continua di equilibrio tra la propria evoluzione personale e il clima della società e della cultura del tempo.
La ricerca personale di Thoreau nonostante condividesse con Emerson i medesimi ideali, si realizzò in maniera molto più intrepida. Egli infatti volle vivere l’esperienza immediata della corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo scavando in profondità dentro se stesso per ridefinire la connessione intima tra la natura e l’umanità. Thoreau entrò nel bosco per salvare se stesso. Fece chiarezza dentro di sé, abbandonò insicurezze e timori. Fu energico, determinato e seppe attingere alla propria forza interiore. Si fece albero e gli alberi sanno qual è il loro posto. Non sentono la necessità frenetica di vagare senza meta, distanti da se stessi, non devono realizzare vocazioni complesse. Vivono in un mondo insondabile, in un universo di storie custodite nei loro tronchi, nelle loro radici intrise dei misteri del sottosuolo. In un’esistenza di crescita, maturazione e trasformazione. L’albero non ha un punto d’origine, perché si origina sempre. Esiste e diviene in un continuo processo di crescita e trasformazione.
Abbandonarsi alla narrazione e immaginare nella nostra mente le sembianze di una persona, i paesaggi, gli ambienti, gli edifici è abbastanza comune. Ma oltre alle parole anche i colori sollecitano la nostra immaginazione.
Proviamo ad immaginare un mondo incolore. Un girotondo di campiture grigie, tono su tono, che via via diventano meno dense, più leggere, sfumate fino a scomparire. A dissolversi o a virare verso trasparenze lattiginose, insistenti nebbioline. Un mondo indeterminato. Che cosa accadrebbe se vivessimo in un universo di linee grigie, in un’atmosfera quasi del tutto simile a quella trasmessa dai vecchi apparecchi televisivi?
Probabilmente le nostre sensazioni ci porterebbero molto vicino ad un senso di sospensione, di distacco, in un mondo crepuscolare, privo di energia. Straniante. Una visione grigia, cinerea, polverosa, devitalizzata. Non è forse vero che nel linguaggio popolare il “veder grigio” fa riferimento ad una vita monotona, annichilita, depressa, priva di stimoli gioiosi?
Ma è proprio la gioia ad essere la massima espressione della Bellezza divina manifesta, il vero linguaggio del colore. La Luce primeva, Sostanza divina, splendore che permette di accedere al numinoso, esplode e si espande nell’inconoscibile ed enigmatico alla ricerca della propria gioia espressiva che riconosce nel colore. Così il mondo illuminato di beatitudine, magnifico nella sua creazione, dona all’occhio umano bellezza e grazia di pienezza. In ogni nostra esperienza cromatica risuona l’archetipo che l’ha prodotta e in modo simile, scrive Luciana Pedirota, ogni vibrazione luminosa trova giusta dimora e manifestazione in un’esistente che ne è perfetta raffigurazione.
Che cosa ci accade mentre leggiamo la descrizione di un paesaggio che si presenta a noi pieno di colori? Colori che sono frammenti della narrazione, specchi attraverso i quali guardiamo oltre. Quale relazione si instaura tra noi e il colore di cui stiamo leggendo le tonalità? E quali relazioni esistono tra noi, l’oggetto a cui appartiene quel colore e il colore stesso?
La specificità di Henry David Thoreau è la capacità di fare da testimone a meravigliosi spettacoli della natura. Se interpelliamo le pagine scritte di Tinte autunnali, scopriamo accurate osservazioni sulle colorazioni del fogliame che dal mese di ottobre fino a novembre inoltrato illuminano i boschi nei dintorni di Concord.
Le cromie a cui si dedica la scrittura di Henry raccontano della trionfante bellezza del rosso, del giallo e delle loro altre colorazioni. Leggiamo di tonalità scarlatte, porpora e cremisi, di sfumature di viola vivace e scuro, di giallo limone, di giallo delicato e cromo.
Strisce di panicella porpora, macchie di tibucina viola, fitolacca rosso lacca brillante. Il colore dei colori, così Henry definisce il colore rosso. La fitolocca parla al nostro sangue e il fogliame rosso degli aceri lampeggia nel suo nome: Acer rubrum, le cui virtù e non i suoi peccati, sono come il colore scarlatto. Scarlatta era la lettera A che veniva posta sul petto delle donne colpevoli di adulterio. Messe a morte, o pubblicamente disprezzate e umiliate poiché l’adulterio viola la sacralità della famiglia e del matrimonio. Mentre scrive, Henry pensa al famoso romanzo dell’amico Hawthorne, La lettera scarlatta, dove il rosso è punitivo, aggressivo, violento, esasperato. Un colore ossessivo, simbolo della difesa dell’inviolabilità e sacralità della famiglia e del matrimonio. Una contrapposizione quella di Thoreau che nelle piante e nelle foglie scopre, al contrario, la radice spirituale del rosso, colore gioioso e felice, fecondo, esuberante, generoso e maturo.
Il rosso è segno di esistenza individuale, indipendente. E’ simbolo di maggiore autonomia, di minor bisogno di ricevere nutrimento dal sole e dall’aria che illumina le foglie di una cromia rosso scarlatto.
Le onde di porpora della panicella sono voce sacra della manifestazione del creato, volontà e disponibilità del sacro fare, valore innato, divino. Le foglie dell’acero, visibili per chilometri, troppo belle per essere vere, scrive Thoreau, hanno il rosso che parla al nostro sangue, dimora del mistero vitale, dell’attività ritmica del cuore che agisce nel nostro organismo con un doppio movimento di sangue arterioso chiaro e sangue venoso più scuro. Un movimento di andata e ritorno. Di contrazione e dilatazione, espressione della vita, dell’esperienza vitale che spinge in avanti verso la conquista di ciò che è giusto per la vita escludendo ciò manca di armonia e salute.
Nell’ultimo tepore e sotto la pioggia cadono gialle le foglie dell’olmo, del salice che è dorato dopo la metà di ottobre. La terra con generosa abbondanza dona il giallo caldo, espansivo, radioso che attrae, richiama, riscalda l’anima, rende il pensiero propositivo, dinamico. L’archetipo del giallo esprime l’incredibile opportunità che l’essere umano ha ricevuto in dono, il libero arbitrio ossia la libertà interiore che ci consente di contemplare l’Essenza che crea.
Tinte autunnali regala immagini sfolgoranti di cieli tersi, di limpide giornate autunnali, di caldi insoliti, di luminescenze gialle e cremisi che si riflettono nei nostri occhi di lettori attenti. Dopo aver custodito la storia di una stagione di vita dell’albero, le foglie, disposte come tappetti ai loro piedi, raccontano del tempo trascorso ai viandanti nel loro procedere sulla via.
Non è forse il lettore un pellegrino tra le pagine? E le pagine non sono forse strade dove rievochiamo il ricordo di noi stessi, il racconto dei nostri passi, la visione di emozioni e sentimenti? Chi legge fa esercizio di immaginazione profonda. Le qualità, i richiami luminosi dei colori e la mente del lettore vibrano all’unisono.
Il colore è una qualità dell’esistenza di cui fare esperienza, è un’energia misteriosa che conduce alla trasformazione, alla maturazione. L’attimo in cui la nostra immaginazione crea il rosso tardivo degli aceri, il giallo dorato del salice, il rosso brillante del mirtillo, la nostra vista si fa più ampia e possiamo scorgere in noi i segni emotivi che ci caratterizzano, riconoscere reazioni spontanee improvvise. Stabilire un rapporto di affinità con il mistero vitale del rosso e con l’energia calda ed espressiva del giallo.
Nel trattato chiamato Libro del giacinto rosso, elaborato in una scuola sciita iraniana e studiato da Henry Corbin, la scala cromatica è divisa in sette livelli di universo dove rosso è il colore del mondo della Natura e giallo è il colore del mondo dello Spirito associato a dignità, nobiltà e regalità.
Non attendiamo oltre, Henry va di fretta. Non attardiamoci o lo perderemo di vista!
Camminiamo anche noi in un bosco di aceri rossi, querce scarlatte e olmi audacemente abbigliati di giallo un’ora prima del tramonto. Usciamo dal sentiero e avventuriamoci sulla cima della collina per perderci in un tripudio di colori sempre più intensi. Ascoltiamo il fruscio del vento tra i rami, percepiamo le vibrazioni del rosso e del giallo che si fanno danza nelle foglie. Immaginiamo le radici, risvegliate alle vibrazioni cosmiche, trasmetterle alla terra. Sul terreno luci e ombre si susseguono in una sarabanda solenne e vivace, una vera gioia per il cuore. Avete mai sentito le foglie staccarsi dai rami, libere di ondeggiare nell’aria e raccontare il loro viaggio verso terra? La loro discesa, sensibile al più lieve soffio d’aria è lenta ed erratica ma giungono tutte a riposare in una comunità di tonalità e sfumature tutte diverse. Ogni loro discesa ha un suono che non giunge al nostro orecchio, un’arcana energia che trasforma piano piano il terreno, soglia tra il mondo dei vivi e dei morti, fondamento per ogni cosa.